Esposito in extremis Dinho non basta
Lecce Il Milan si mangia le mani e il primato. Ha pareggiato 1-1 in casa del Lecce nel posticipo dell’undicesima giornata. Allo stadio «Via del Mare» i rossoneri si sono portati in vantaggio al 79’ con un gol di Ronaldinho, che ha spinto in rete un bell’assist dalla destra di Pato, ma si sono visti raggiungere al 93’ dal colpo di testa di Andrea Esposito. Col pareggio di ieri sera, il Milan perde il comando della classifica, che vede ora l’Inter davanti a tutti con 24 punti, uno in più dei rossoneri e del Napoli.
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Reagan vince (anche da morto)
Ronald Reagan 80È il record dei cloni. Peccato che sia defuntoMonica Bellucci 68Imitata in tutte le salse. Senza considerare i fan clubSilvio Berlusconi 42Con uno dei cloni siamo subito diventati amiciLaura Pausini 35Si spacciano per la cantante utenti di ogni parte del mondoFidel Castro 32Internet è vietato a Cuba,ma il Lider ha il suo seguitoValentino Rossi 26Campione nello sport e su InternetAngelina Jolie 21Bella, strabella, straclonataRiccardo Scamarcio 9Ma i più visitati sono i fan club a lui dedicatiMargherita Granbassi 4È appena sbarcata in tv, i numeri potrebbero aumentareWalter Veltroni 2Pioniere della politica in Rete, ma poco imitato. Solo due pagine. E uno è quello vero
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La Notte deve tornare a misura di tutti
(…) centro di Genova durante la serata. Sarà anche che quel tam tam dello scorso anno non si è ripetuto, sarà quello che volete. Ma non è stata la stessa Notte bianca. Lo si è visto già dalle prime ore, molta meno gente girava per via XX, De Ferrari, San Lorenzo e Caricamento. Non era il deserto, per carità, ma si respirava un’altra atmosfera. L’attenzione sembrava focalizzata in un unico punto, il Porto Antico, per l’Mtv day: tante ragazzine, tanti giovani che si sono ritrovati sotto quel palco per un concerto, più che per l’evento che stava vivendo la città tutta intorno. Perché la bellezza di una notte che fa vivere un’intero centro storico sta proprio nel poter saltellare da una piazza all’altra per raccogliere frammenti di quello che sta succedendo e non nel fossilizzarsi su una manifestazione. E ad essere onesti, anche al Porto Antico questo straordinario successo di pubblico non l’ho proprio notato. C’era tanta gente, ma non quella calca che ci si poteva aspettare.Alla fine la fortuna l’hanno fatta i ristoratori e i baristi che hanno ospitato i rifugiati della pioggia. Finita la «ramata» d’acqua caduta dal cielo, però, si è vista una festa ancora più isterica di prima. Da mezzanotte sembrava di vivere un qualsiasi venerdì sera nei vicoli. Sparite le famiglie che lo scorso anno, anche a tarda ora, giravano per le vie rese ancora più affascinanti del solito, sparite le coppiette, c’erano solo compagnie di ragazzi che giravano istericamente per il centro con l’idea dello «sballo» in testa e della bevuta facile, anche perché tutti i concerti sono stati sospesi.
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Covo di bestie e sbandati nel viale delle Palme
Il covo, se così si può chiamare, rimane in Viale delle Palme al civico 11, proprio di fronte alla stazione di Nervi. Un covo realizzato a fine ottocento in stile inglese con parco circostante pieno di pini marittimi e palme secolari. Una villa mozzafiato sul mare divenuta per l’appunto covo di «insetti e animali nocivi, in particolare rettili e topi», ha scritto alcuni giorni fa il presidente del Municipio IX Levante, Francesco Carleo, al Comune di Genova nel denunciare la situazione di degrado di Villa Oliva al centro oramai da alcuni anni di una battaglia. Una battaglia legale e di principio, sembra. Da un lato i proprietari, immobiliaristi genovesi, rivendicano il diritto di lasciare la loro villa in totale stato di abbandono noncuranti della situazione di pericolo derivante dall’incuria; dall’altro l’ente pubblico che cerca di tutelare la sicurezza e l’igiene delle strade e delle persone. Senza contare l’immagine di una delle mete turistiche principali della superba. Vetri rotti, persiane che sembrano cadere da un momento all’altro o completamente distrutte, rifiuti abbandonati e un olezzo insopportabile è quanto colpisce il turista, appena esce dalla stazione ferroviaria, sotto a quel groviglio di rami e piante infestanti che sembrano fagocitare giorno dopo giorno la villa e il suo patrimonio arboreo. Mentre le recinzioni tagliate testimoniano di frequentazioni ben poco raccomandabili all’interno dell’edificio. «C’è stato un periodo in cui la villa era famosa grazie a un ceceno che era entrato all’interno e affittava materassi e da dormire a tutti i senzatetto della zona», racconta il gestore di un bar.
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E dopo koala e canguri bagno di folla con i giovani
nostro inviato a SydneyLa fotografia è un’immagine biblica: Benedetto XVI, il Papa, il vicario di Cristo, accanto al serpente, il simbolo del diavolo, del potere del male. L’ultima giornata di riposo del pontefice nella residenza dell’Opus Dei a Richmond, nel sobborgo semirurale di Sydney, si conclude con l’incontro tra il Papa e le specie animali tipiche dell’Australia, un ambiente naturale eccezionale. Così, proveniente dal Taronga zoo di Sydney, Ratzinger ha potuto accarezzare un piccolo canguro, si è avvicinato a un piccolo coccodrillo d’acqua, ha visto un ekidna, un opossum, un pitone e un koala. Aveva fatto il giro del mondo, nel primo viaggio di Giovanni Paolo II, la foto del pontefice sorridente con in braccio un koala. Anche a Benedetto XVI è stato offerto di prendere in braccio l’animale, ma il Papa ha simpaticamente rifiutato l’offerta, limitandosi ad accarezzarlo dicendo: «È più sicuro tra le braccia del suo custode». Nel momento della foto ricordo finale, con gli addetti dello zoo, e gli animali, Benedetto XVI è capitato accanto al giovane che teneva il pitone, il quale si è avvicinato al pontefice sguainando la lingua biforcuta, senza che Ratzinger si scomponesse.Nel pomeriggio di ieri il Papa è arrivato in città dopo aver lasciato la residenza, alla quale ha donato un mosaico riproducente la Madonna madre della Chiesa che sta incastonata, per volere di Wojtyla dopo l’attentato, sull’angolo del palazzo apostolico che si affaccia su piazza San Pietro.
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Il massacro dei Romanov:
Si potrebbe obiettare che rispetto all’evento in sé fu una vicenda minore, che in fondo riguardò un pugno di persone rispetto alle grandi masse che di quella rivoluzione furono in vario modo protagoniste. È in quest’ottica, del resto, che nei tre volumi di E. H. Carr a essa dedicati, un classico della storiografia anni Cinquanta, la vicenda è liquidata in poco meno di una frase…
Eppure, se non ci si fa abbacinare dalle dimensioni e si sa leggere nel profondo delle decisioni, c’è in quella condanna a morte più simile a una strage mafiosa che a un’esecuzione politica, la chiave di volta per capire cosa sia stato il «terrore» inteso in senso pratico e ideologico.
La liceità del terrore non è qualcosa che si assume a cuor leggero e i primi a saperlo furono proprio quelli che la attuarono. Non ci si deve accontentare della spiegazione che, a posteriori, ne diede un rivoluzionario di professione come Trockij: «La decisione non fu soltanto opportuna, ma necessaria. La durezza di questa giustizia sommaria mostrò a tutto il mondo che eravamo decisi a combattere senza pietà, non guardando in faccia a nessuno». Fosse stato davvero così, fosse stata un’esecuzione per terrorizzare il nemico e rinsaldare le proprie file, Lenin e i suoi l’avrebbero rivendicata sin dall’inizio, gridata ai quattro venti, e non nascosta, negata e/o minimizzata come a lungo fecero.
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