Il massacro dei Romanov:
Si potrebbe obiettare che rispetto all’evento in sé fu una vicenda minore, che in fondo riguardò un pugno di persone rispetto alle grandi masse che di quella rivoluzione furono in vario modo protagoniste. È in quest’ottica, del resto, che nei tre volumi di E. H. Carr a essa dedicati, un classico della storiografia anni Cinquanta, la vicenda è liquidata in poco meno di una frase…
Eppure, se non ci si fa abbacinare dalle dimensioni e si sa leggere nel profondo delle decisioni, c’è in quella condanna a morte più simile a una strage mafiosa che a un’esecuzione politica, la chiave di volta per capire cosa sia stato il «terrore» inteso in senso pratico e ideologico.
La liceità del terrore non è qualcosa che si assume a cuor leggero e i primi a saperlo furono proprio quelli che la attuarono. Non ci si deve accontentare della spiegazione che, a posteriori, ne diede un rivoluzionario di professione come Trockij: «La decisione non fu soltanto opportuna, ma necessaria. La durezza di questa giustizia sommaria mostrò a tutto il mondo che eravamo decisi a combattere senza pietà, non guardando in faccia a nessuno». Fosse stato davvero così, fosse stata un’esecuzione per terrorizzare il nemico e rinsaldare le proprie file, Lenin e i suoi l’avrebbero rivendicata sin dall’inizio, gridata ai quattro venti, e non nascosta, negata e/o minimizzata come a lungo fecero.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=276612